martedì 17.10.2017
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Criminalità organizzata

Il problema in regione

[...] Tra i risultati principali della ricerca - che ci verranno illustrati nel dettaglio dal suo autore, Enzo Ciconte, e che gli ospiti di oggi ci aiuteranno a capire e interpretare meglio - ve ne sono alcuni su cui vorrei soffermarmi in apertura dei lavori.

In primo luogo la storica diversità della nostra regione. [...] La ricerca dimostra che permangono quelle caratteristiche, già riscontrate in altre ricerche e più volte riconosciute anche dagli organi inquirenti e investigativi, di difficoltà di penetrazione e forte radicamento del fenomeno mafioso nella nostra regione. E’ confermato, infatti, che in Emilia–Romagna, in alcuni particolari settori e aree, esiste una presenza significativa della ‘ndrangheta e della camorra (mentre la presenza di cosa nostra è più irrilevante), ma non esistono attualmente forme di controllo capillare del territorio né condizionamenti della politica locale, se non con alcune eccezioni che nel rapporto di ricerca vengono descritte. E questo ci differenzia non solo dalle regioni a tradizionale insediamento mafioso, ma anche da altre aree del Nord.

Ciò che ha protetto questa regione fino ad ora sono esattamente le caratteristiche del contesto ambientale, sociale, culturale e storico emiliano–romagnolo e si possono riassumere in questi elementi:

- minore permeabilità della imprenditoria locale;
- strutture amministrative meno corrotte e corruttibili;
- ceto politico poco permeabile;
- resistenza culturale della società civile.

Vediamo meglio questi fattori di diversità, partendo dalla scarsa permeabilità della imprenditoria locale. Il nostro tessuto economico è fondamentalmente sano - ci ricorda questa ricerca - e la convergenza di interessi tra imprenditori e mafiosi sulle attività criminali è ancora limitata. Ci sono eccezioni, alcune macroscopiche, come dimostra il caso Parmalat, altre minori. Capire meglio come e perché si creano sodalizi tra imprenditoria sana e criminalità ci aiuta a sottrarre alla criminalità organizzata stessa le opportunità di cui è alla ricerca per espandersi nel nostro territorio. Sottrarre opportunità, non lasciare che le organizzazioni criminali occupino spazi vuoti - cioè dove manca sostanzialmente l’intervento delle istituzioni -, impedire che l’imprenditoria sana trovi più vantaggioso fare affari con la mafia: questo deve guidare il nostro impegno negli anni futuri.
 
Una altro elemento di diversità, collegato al precedente, è che la criminalità organizzata nei nostri territori non riesce ad estendere e condizionare in maniera massiccia il comportamento di imprenditori locali. Lo dimostra il fatto, documentato abbondantemente nella ricerca, che la maggior parte delle vittime di estorsioni e di altre forme di controllo mafioso sono coloro che provengono dalle stesse aree geografiche degli indagati. Un fatto questo che viene spiegato con la maggiore debolezza degli imprenditori conterranei (che conoscono la forza dell’intimidazione mafiosa) e che conferma ancora una volta la “ostilità” – in genere - del mondo imprenditoriale locale. La mafia, insomma, riproduce anche in Emilia-Romagna alcuni dei suoi comportamenti più tipici, ma tende a mantenerli limitati a gruppi che conoscono la cultura mafiosa e la subiscono. Sono confini che dobbiamo continuare a tenere ben saldi, lavorando al contempo affinché anche i cittadini provenienti dalle regioni con un forte radicamento delle mafie che vogliono lavorare e fare impresa onestamente nella nostra regione si sottraggano a questo rischio maggiore di coinvolgimento.

Gli altri fattori “protettivi” sono rappresentati, come si diceva, da una pubblica amministrazione meno corrotta e corruttibile e dallo scarsa capacità di controllo dei politici. Quest’ultimo è un aspetto fondamentale. La mafia sfonda in un territorio quando riesce a controllare settori vasti della politica locale. In Emilia–Romagna, la ricerca lo evidenzia, il contatto con la politica è più evanescente e appare sporadico, non strutturato. Anzi: gli atti intimidatori verso politici della nostra regione, dei sindaci in particolare, ma anche di esponenti di partito senza cariche amministrative, sono ormai numerosi. Questi fatti, anche recenti, indicano da un lato che l’aggressione mafiosa rischia di farsi più violenta anche in Emilia–Romagna, ma è anche la dimostrazione della capacità di resistenza della politica locale.

Infine, la resistenza culturale della società civile. Secondo alcuni, questo aspetto ha anche rappresentato una debolezza, perché avrebbe consentito alla mafia di radicarsi proprio perché le nostre comunità non la riconoscono e quindi non ne colgono la presenza o addirittura la sottostimano, ritenendola impossibile in questa realtà. Se così è stato in passato, mi pare evidente che questo rischio non sia più presente e che le importanti sollecitazioni che vengono date alla società civile in questi ultimi anni rinforzeranno l’aspetto positivo – e non quello negativo, della sottovalutazione – della resistenza delle nostre comunità. In Emilia-Romagna  le organizzazioni mafiose non hanno  guadagnato legittimazione e consenso, non hanno costruito un proprio capitale sociale e se continuiamo la nostra azione con la stessa insistenza che ci ha caratterizzato fin d’ora credo che riusciremo a frenare i tentativi della mafia di costruire meccanismi di consenso sociale e di legittimazione.

Ci sono però anche fattori importanti di vulnerabilità e qualche segnale di cambiamento. Questi “anticorpi” non hanno protetto completamente, come ben sappiamo, la nostra regione, ma hanno costretto le organizzazioni mafiose ad adottare meccanismi di infiltrazione diversi da quelli usuali, a rendersi assai più invisibili e quindi anche più difficilmente decifrabili. La loro azione si confonde spesso con quella di operatori che si muovono nella legalità. ‘Nranghetisti e casalesi, le due organizzazioni più forti in Emilia-Romagna, puntano entrambe alla mimetizzazione sociale, a non richiamare l’attenzione e a passare inosservati, sapendo di muoversi in “terra nemica”, come si dice nella ricerca. Inoltre, i clan  hanno ancora bisogno dei cosiddetti “uomini-cerniera”: esponenti del modo professionale locale che  favoriscono le relazioni dei  clan mafiosi con il contesto locale. Secondo la ricerca, siamo di fronte ad uno scambio secondo il quale l’organizzazione mafiosa mette a disposizione le risorse economiche e la reputazione mentre i soggetti criminali locali mettono a disposizione le conoscenze del territorio e le informazioni di cui dispongono. Anche questo è un settore di lavoro importante per la Regione, ed è qui che si deve costruire una grande alleanza tra le istituzioni e i mondi delle professioni.

Le organizzazioni criminali si adattano ai contesti in cui si muovono, anche se permangono alcune caratteristiche strutturali rigide. Nella nostra regione un fattore attrattivo, lo sappiamo bene, è stata la ricchezza di questo territorio e la disponibilità di opportunità economiche. Ma anche la crisi economica in cui ci troviamo potrebbe rivelarsi un fattore di vulnerabilità perché le mafie non se ne vanno di fronte ad un contesto economico non più così fiorente come un tempo, ma cercano anzi di trarre vantaggio comunque dalla nuova situazione. Quanto viene descritto nella ricerca in relazione ai fenomeni dell’usura e del recupero crediti, oltre alle acquisizioni sospette di imprese in crisi, in parte ci conferma questa preoccupazione. Si usa appositamente il  termine di “esproprio mafioso” per indicare che in alcune aree della regione i clan sono riusciti ad acquisire imprese e patrimoni sfruttando le difficoltà economiche di imprese prima non legate al mondo mafioso. La ragione di questo “esproprio mafioso”, viene chiaramente indicata nella inadeguatezza del sistema bancario e nella scarsa protezione offerta dalle organizzazioni d’impresa. In altre parole, secondo l'autore della ricerca, il sistema economico e bancario locale non sempre ha saputo trovare risposte per gli imprenditori in difficoltà, che si sono così consegnati alla mafia senza che questa dovesse utilizzare la violenza. Anche qui la ricerca ci offre una pista importante da seguire per contrastare con più efficacia il radicamento dei clan in Emilia–Romagna. E’ un tema aperto, ma è nostra convinzione che dove esistono forme ancora forti di regolazione efficace, anche  e soprattutto territoriale, dell’economia e delle relazioni sociali la mafia faccia molta più fatica a radicarsi ed espandersi.

Oggi l’Emilia–Romagna ha una occasione storica per confermare la sua diversità. Una occasione che nasce purtroppo da una tragedia come quella del terremoto. Leggendo le pagine di questa ricerca, i nomi dei paesi citati sono spesso gli stessi dei paesi oggi colpiti gravemente dal sisma dello scorso maggio. Il Presidente della Regione Emilia–Romagna Vasco Errani ha già annunciato, nei primi giorni dopo il terremoto, che in questo momento di particolare vulnerabilità di un’area importante anche sotto il profilo economico e che andrà incontro ad una fase lunga e complessa di ricostruzione, i rischi di una infiltrazione mafiosa sono forti più che mai. Siamo pronti a dare il nostro contributo, insieme alle altre istituzioni statali e ai comuni colpiti, affinchè questo momento difficile della nostra comunità regionale non si riveli in futuro un’occasione per i clan mafiosi. E’ il momento per dimostrare che i nostri “anticorpi” non sono solo uno slogan buono per un comunicato stampa, ma una realtà.

(Relazione della Vicepresidente della Regione Emilia-Romagna, Simonetta Saliera, in occasione della presentazione della ricerca «I raggruppamenti mafiosi in Emilia-Romagna. Elementi per un quadro d'insieme», (a cura di) Enzo Ciconte, Bologna, 13 giugno 2012)

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Pubblicato il 11/02/2014 — ultima modifica 11/02/2014
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